venerdì 17 dicembre 2010

Elton Junk - Loophole

E' difficile scrivere degli Elton Junk. La loro musica sale alta come una spirale di fumo, intrisa di una leggerezza cupa e impalpabile. Un paese delle meraviglie senza nessuno Stregatto che indica la strada da seguire. Possiamo solo limitarci a guardare e cogliere le movenze nell'aria di questo ammasso sinuoso grigio.
Il disco è un lavoro criptico, ma ben fatto. Inquieta, come potrebbe farlo una stradina di campagna sconosciuta percorsa in solitudine in una notte d'inverno. Rumori e suoni che affascinano e spaventano. Ogni canzone è un aspetto di questo mosaico di emozioni.
La prima delle undici tracce è Al fiume, il primo dei tre brani in italiano, contro gli otto in inglese. Atmosfere oscure dipinte all'alba di una giornata onirica. Una voce di follia riecheggia in Lost. Ritmo ossessivo, vagamente country. Una galoppata sulla terra bagnata dalla pioggia. Con All Along The Horizion ci si ferma sulla collina ad osservare ciò che si è appena percorso. Andiamo avanti e il sound comincia a mutare, nuove intenzioni sembrano emergere con il brano Loophole: la canzone ricorda stranamente i Dire Straits di “Making Movies”, ma spogliata del virtuosismo di Mark Knopler. Il cambio di intenzioni è di nuovo confermato dalla strafottente Particular Skills: armonie e melodie semplici e solari, che strizzano l'occhio all'indie-pop che potrebbe essere un ottimo apripista per chi non conosce ancora gli Elton Junk e vorrebbe tentare un approccio con la loro musica. Con The Power of Love la band del Chianti torna ai fasti dei primi brani del disco. Ieri ho mangiato la strada è il secondo brano in italiano che troviamo sulla tracklist: qui siamo sospesi tra new-wave e blues, con un testo visionario e una musicalità inusuale, così come per la successiva Summer. Police Officer è la terzultima canzone di questo album che in un primo momento richiama le sonorità dei Massimo Volume, ma che poi prosegue con il sound personale dei Junk. The Beats Called Rock and Roll è straordinariamente folle: un incalzante vortice di suoni che fanno diventare più denso il fumo grigio che saliva dalle atmosfere iniziali della band toscana. Chiude il lavoro l’ultimo brano in italiano, Del Miele, una composizione dai suoni sospesi dove si ritorna a volteggiare in aria con la mente: il brano ricorda tanto una Parigi ottocentesca immersa nell'oscurità e nel delirio dell' Artemisia absinthium. Nicola Manzan, artista poliedrico che ormai non conta più le sue innumerevoli collaborazioni, impreziosisce ulteriormente quest'ultimo brano, conferendogli quel tocco di oscurità attraverso le melodie del suo violino.
Occhio, non è un disco da ascoltare distrattamente! Non potreste apprezzarne la qualità e le atmosfere dipinte ora con un pennello sottile, ora con un sputo di vernice. Ma sempre su una tela grigia e possibilmente tagliata.

http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=965

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