sabato 18 dicembre 2010

Half Seas Over @ La Chiave [Catania, 10/Ottobre/2010]

“Non saranno quattro gocce d’acqua a fermarmi!” penso guardando fuori dalla finestra. Oggi, 10 ottobre, il cielo è davvero incazzato. Al La Chiave suona una band americana, gli Half Seas Over, il cui album è stato recensito dal sottoscritto su queste pagine giusto qualche giorno prima. Gran bel disco, come potrei perdere il concerto? Alle 21,00 decido di andare al locale, rigorosamente a piedi. Sono due chilometri e mezzo circa, che sotto la pioggia si moltiplicano per dieci. Arrivo dopo venti minuti e scarpe, calzini, jeans e cappotto sono un’unica entità, uniti insieme dalle “quattro gocce d’acqua” di cui sopra. Mi accomodo e ordino due birre (una per me, l’altra per la mia impavida ragazza che si azzarda a seguirmi ovunque). Dopo pochi minuti faccio conoscenza di Luca, uno dei due responsabili della DoppioZero Booking, che a sua volta mi presenta il 50% degli HSO, il pianista Elan Mehler. Alto poco più di due metri (e non è un’iperbole…), incute un certo timore, stemperato immediatamente dalla sua propensione a sorridere e dalla sua cordialità. Poco dopo conosco finalmente anche Adam Mcbride Smith che ha appena messo al sicuro nella fodera la sua Gretsch. Due ragazzi abbastanza diversi, almeno in apparenza. Mi chiedo come abbiano potuto comporre un disco con dei suoni così omogenei.

Alle undici e mezza salgono sul palco e attaccano con il loro repertorio. Inizio rilassato, suoni morbidi e sussurrati. Gli arrangiamenti questa sera saranno notevolmente diversi rispetto al loro omonimo album per il semplice fatto che si presentano con una formazione in trio, anziché con la band al completo. Infatti sul disco trovano spazio altri strumenti, come archi e fisarmoniche, che sicuramente ampliano la gamma sonora. Questa sera con loro c’è soltanto un batterista di cui ignoro il nome, ma che avrò modo di apprezzare durante lo show; un tocco delicato con venature jazz che si districa audacemente in ritmi più bluesy. Questa sera, spogliati dai tanti orpelli di studio, gli Half Seas Over propongono un sound ancora più intimista di quanto avessi potuto immaginare. Dopo pochi brani mi accorgo che forse li preferisco in questa veste più succinta, ma non meno efficace. Locale gremito di persone che ascoltano in religioso silenzio quello che questi tre musicisti hanno da dire. Un discorso a parte per l’imbecille seduto vicino al mio tavolo che ha passato il tempo a criticare e fare il tuttologo. Ritornando alla musica, gli Half Seas Over mi stupiscono particolarmente in quanto snocciolano una scaletta assai varia, che viaggia dalle ballate da sesso-davanti-al-camino fino a sonorità jazz, tinte da pennellate pesanti di blues. Il concerto si conclude con la bellissima ‘The Hathaways’, sostenuto solo da voce e pianoforte. Il pubblico applaude convinto e anche io sono pienamente soddisfatto dalla performance di questi tre americani che per poco più di un’ora mi hanno portato con la mente in un locale di Brooklyn a bere del buon vino invecchiato. Bravi gli Half Seas Over (che mi hanno regalato il CD!), bravo DoppioZero Booking e bravo Paolo Mei che con la sua rassegna itinerante Rokketta Light sta portando in tour artisti che difficilmente sarebbero arrivati in Sicilia e nel sud Italia. Infine vorrei ringraziare il barman del La Chiave che mi ha servito un fantastico liquore al miele. Grazie di cuore.

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Live Report - Music For Eleven Instruments @ La Chiave [Catania, 7/Novembre/2010]

Da siciliano, posso solamente dirmi orgoglioso e felice del fermento musicale straordinario che la mia terra sta vivendo. Ogni anno esce fuori qualche progetto che fa innamorare i musicofoli non solo nostrani, ma di tutto lo stivale e devo riconoscere la grande qualità di questi artisti che sanno benissimo cosa vogliono fare da “grandi”. Suonare è ok, ma dove? Sfortunatamente, il talento dei miei conterranei difficilmente trova un palco che possa ospitare la loro bravura, ma poco a poco le cose stanno cambiando. Qualche gestore di locale, evidentemente più furbo di altri, ha capito il potenziale che la buona musica dal vivo offre e per fortuna supporta iniziative valide in una terra che spesso spegne e non premia la buona volontà. E’ il caso del “La Chiave”, locale attivo nel centro storico di Catania che da tempo offre concerti di ottima qualità.

Questo giro è toccato ai Music For Eleven Instruments. Come al solito, essendo domenica, piove. Ma per fortuna il tempo è così clemente da consentirmi di arrivare asciutto fino al luogo del concerto. Sul posto vengo accolto da Luca di DoppioZero, partner del circuito Rocketta per alcune date siciliane. Parliamo un po’ della scena musicale locale, in particolare di quella catanese, riportando alla memoria i mitici anni novanta del noise, dove la città dell’elefante era nominata “la Seattle d’Italia”.

Alle 23.30 circa comincia il concerto dei MFEI. Premessa importante: la band è formata da ben tre membri degli HC-B, band post rock dal sound molto mogwaino, quindi mi aspettavo praticamente un altro concerto, ritenendo che anche questo progetto si muovesse nell’ambito dello sperimentale, anche se in realtà l’anima del gruppo è Salvatore Sultano, estraneo agli HC-B, che in questo disco ha registrato quasi tutto. Inoltre il nome mi ha tratto decisamente in inganno: ero convinto erroneamente di trovarmi di fronte a una formazione di undici elementi! In realtà è andato molto diversamente: i MFEI sono solo in quattro e non fanno post rock, anzi. Il sound è sicuramente moderno, ma con influenze vintage nelle melodie. Atmosfere fiabesche, oniriche e spensierate. I brani sono essenzialmente pop ma talvolta emerge qualche venatura del ricco bagaglio post rock dei musicisti, ad esempio nelle code o in alcuni arpeggi di chitarra. Band molto precisa che non sbaglia un colpo, sempre attenta alle dinamiche e con un buon feeling. Il concerto è durato circa un’ora ed è stato più che sufficiente per apprezzarli.

Mi sarebbe piaciuto assistere a un cambio “di marcia” durante il live, qualche brano più coinvolgente e intenso. Tuttavia questo deficit, se così vogliamo definirlo, non ha compromesso per niente la riuscita del concerto, a giudicare dal numeroso pubblico attento e divertito che non si è perso una nota. Non dobbiamo assolutamente dimenticare che è un progetto ancora giovanissimo e che ha davanti ancora tanta strada da fare, ma che pone già delle premesse importanti che certamente verranno confermate durante il loro percorso. Rimango ansioso di poterli rivedere live, quando avranno raggiunto ancora più affiatamento. Accaparratevi “Business is a sentiment”, il loro disco d’esordio: un’ottima opera prima

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Live Report - A Modern Way To Die + Please Don’t Touch The Drummer @ Clone Zone [Catania, 19/Novembre/2010]

Il concerto è finito mezz’ora fa e io sto già davanti al monitor per scriverne il live report. Sono stanchissimo, ma voglio descrivervi subito cos’ho vissuto questa sera, nonostante il sonno mi stia sbattendo la testa sul muro. Andiamo per ordine. Apertura porte segnalata sulla pagina dell’evento Facebook alle 22.30, ma fino alle 23 non si è potuto entrare. Dopo aver fatto una leggera fila, vengo marchiato dalla security. Sto entrando in una discoteca o ad un concerto rock? Ok, lasciamo perdere. L’ambiente del Clone Zone è decisamente bello, curato nei dettagli e nelle atmosfere. La serata la aprono i Please Don’t Touch The Drummer. Sorpresa sorpresa! Non gli ho mai ascoltati dal vivo e ne sono rimasto piacevolmente impressionato. Avete presente quando negli anni ‘90 si suonava, brutti sporchi e cattivi? Ecco, i PDTTD fanno esattamente questo, ma in chiave più moderna, condendo tutto con qualcosa “in più”. Feroci incursioni nel noise e influenze punk molto esplicite (i tempi di batteria, per esempio!). Insomma, un salto nel passato con risultati molto efficaci. Un muro di suono travolgente e granitico che evidenzia un evidente affiatamento tra i tre musicisti. Devo ammettere di averli apprezzati molto di più dal vivo che su disco (’Feel The Monkey For One Day’), che tuttavia risulta un buon prodotto per gli amanti del genere. Una nota di merito va fatta ai suoni del disco, molto belli e curati. Il power trio ha una presenza scenica devastante e attira prepotentemente su di se le attenzioni dei presenti. L’acustica della sala per fortuna è buona, così da non penalizzare la bella esibizione dei PDTTD. Piccola nota: vedere la band che si sbatte sul palco, fa un po’ a cazzotti con l’immagine discotecara del Clone Zone. La grossa delusione invece è che il live dura solo mezz’ora secondo me troppo poco per poter apprezzare appieno un gruppo e sicuramente loro avranno avuto ancora voglia di suonare.

Dopo è il turno di A Modern Way To Die. Ammetto di essermi perso il loro show, chiedo scusa. Ero uscito appena dieci minuti per respirare un po’ d’aria e quando sono rientrato hanno eseguito gli ultimi due pezzi. Nonostante abbia potuto ascoltare poco del loro repertorio, mi hanno certamente colpito, complice la loro formazione, un duo tastiere-loop-voce e chitarra noise. Il mix di electro-clash e new wave funziona, ma la mancanza di un batterista che respira e di un basso reale che pulsa si sentono, purtroppo. Mi riprometto di ascoltarli ancora una volta dal vivo per approfondire meglio questo discorso. Una bella serata, condita anche dalla conoscenza di facce già incontrate su quella piattaforma malefica che è Facebook e finalmente concretizzate dal vivo. Un grande abbraccio va ad Antonio Farinella, frontman dei PDTTD, che ho conosciuto e di cui ho potuto apprezzare le grandi doti umane, oltre che artistiche, ovviamente.

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HALF SEAS OVER [Half Seas Over-Brownswood Recordings 2010]

Un bicchiere di scotch whisky, la vostra poltrona più comoda e il camino che riscalda l’ambiente. Non manca niente? La musica, è ovvio. Se la vostra scelta ricadrà sugli Half Seas Over avrete fatto centro. Vengono da Brooklyn, New York, fanno ottima musica e al momento sono in tour per la penisola italica. Dietro questo interessante progetto musicale si celano il pianista e compositore Elan Mehler e il songwriter folk Adam Mcbride Smith. Ma, mentre il primo vive negli USA, Smith abita nella République française. I due hanno evidentemente trovato una certa intesa nel comporre, dopo aver lavorato a ‘The After Suite’ del 2009, lavoro edito a nome di Mehler. Il titolo dell’album, nonché il nome del progetto Half Seas Over, è un richiamo alla composizione di questo disco dato che a separare i due artisti c’era l’Oceano Atlantico. Il connubio artistico quindi porta a un risultato garantito dalle qualità di un navigato songwriter e un talentuoso jazzista capaci di produrre un disco come questo. Le rispettive influenze si mescolano con violenza e, pur mantenendo sempre ben definita la loro identità, si aggregano in questi tredici brani. Gli amanti delle etichette rimarranno delusi: è difficile inquadrare la loro musica, in quanto passa velocemente dallo swing al jazz, non disdegnando chiaramente il folk. E se allo scotch whisky, alla poltrona, al camino e al disco degli Half Seas Over aggiungerete anche la vostra dolce metà, credetemi, sarà una serata indimenticabile. [***1/2]

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VANDERLEI [L'inesatto-Cinico Disincanto 2010]

‘L’Inesatto’ è un disco che suona esattamente come dovrebbe suonare. Direttamente dagli anni ‘90, tappeti di noise, pareti tapezzate di chitarre dissonanti, tavoli rovesciati e quadri squarciati. Talvolta emerge una chitarra pulita e razionale che introduce a un nuovo stato di terrore. I Vanderlei si presentano così, si muovono in scenari da post omicidio senza colpevole. La band nasce a Bologna e nel giro di pochi anni riesce a farsi un nome, complice sicuramente il buon lavoro fatto con il primo nucleo del gruppo, i Kybbutz attivi già dal 1999. Nel 2005, ormai noti con il nome di Vanderlei, vengono selezionati tra le migliori dieci band dell’Emilia Romagna per rappresentare la regione al MEI di Faenza. Il loro esordio discografico in questo 2010 non poteva essere migliore, con Paolo Benvegnù nelle vesti di produttore artistico. Gli arrangiamenti, come i suoni, godono di un’atmosfera vagamente Marlene Kuntz anni ‘90 mentre la voce, nervosa ma non urlata, declama versi che si incastrano armoniosamente con la musica. E’ un disco fuori moda, con suoni di una decina d’anni fa ma che oggi sembrano dimenticati. Ma ci pensano i Vanderlei a riscoprirli, per fortuna. [***]

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Giancarlo ONORATO [Sangue Bianco-Lilium Produzioni 2010]

Giancarlo Onorato torna sulla scena dopo sei anni dal suo ultimo disco di inediti ‘Falene’. Il nuovo lavoro è ‘Sangue Bianco’ ed è un disco che inquieta, pur non avendone apparentemente le intenzioni. Si muove su territori dalle tinte fosche, su testi che lasciano meditare e arrangiamenti dal retrogusto cantautorale. Nelle dieci tracce che compongono l’album, Onorato da ancora una volta prova di essere un funambolo della parola, sebbene l’episodio che più ho apprezzato è stato ‘Il Carnevale dei Morti’, libero adattamento dell’omonima poesia di Anna Lamberti-Bocconi. Il suono del pianoforte sembra il collante tra tutti i brani, ma onestamente non mi sarebbe dispiaciuto un uso un po’ più moderato di questo strumento. Un buon disco, dal sapore leggermente vintage. [**½]

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LONERS [I Remember A Dream-Boom Devil Records 2010]

Ho ascoltato tante volte questo disco. Ho cercato di immaginare dove sarebbe stato collocato idealmente il juke box che lo avrebbe potuto trasmettere. Ed era lì, in un pub inglese ripreso dalle telecamere di un vecchio film. C’è della buona musica tra queste dieci tracce registrate dai Loners, musica onesta, suonata con un cuore enorme. Il disco apparentemente è costruito su fondamenta country folk ma ad un ascolto più attento si riescono a intravedere tante sfumature che, pur non snaturando il suono di base, danno un ottimo spessore al sound generale. La voce ha una componente molto blues che spesso sembra accarezzare anche le corde di Chris Cornell, una delle più belle voci del rock, a mio parere. Alcuni brani, voce a parte, hanno delle atmosfere quasi impercettibili di post rock, complice sicuramente la produzione artistica di Carlo Barbagallo (Albanopower, Suzannes’ Silver): ‘Brand New Day’ ad esempio, con le sue chitarre sognanti e sospese tra i circuiti di un delay potrebbe essere addirittura un brano dei Giardini di Mirò, se non fosse per la batteria in 6/8 che ci ricorda che il disco appartiene ad un altro mondo. Altri brani, come ‘So Wrong’ ricordano melodicamente alcune cose di Bowie con un risultato pienamente positivo. La mia preferita rimane però ‘Good Times and Bad Times’ che dipinge anche delle atmosfere alla Jeff Buckley con degli esiti veramente sorprendenti e piacevoli. [***]

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REPLACE THE BATTERY [Daily Birthday-In The Bottle Records 2010]

E’ una di quelle strade di periferia percorsa in solitudine tornando a casa dopo una festa. Avete sonno, piove leggermente ma non avete l’ ombrello con voi. Condizioni climatiche sfigate, clima da Blade Runner. Replace the battery è una band che colpisce, capace di parlare tante lingue, ma tutto con un unico filo conduttore: il post rock. E in questo campo dimostrano ampiamente di avere padronanza delle parole, citando sonoramente alcune delle band contemporanee che meglio rappresentano questa corrente come gli Explosions In The Sky o i Mogwai. Se da un lato quindi, riescono ad esprimersi in una lingua ormai metabolizzata dal pubblico amante del post, dall’altro sarebbe stato molto interessante ascoltare brani composti in maniera più personale tentando magari percorsi nuovi. E’ un disco molto bello, che riesce ad emozionare ed immergere in una bolla senza tempo l’ascoltatore. Rimango in attesa del prossimo lavoro con la certezza che eguaglierà e supererà questo splendido esordio. [**1/2]


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LIIR BU FER [3juno-Zeit Interference/Lizard Records 2010]

Immaginate la parte in cui scrivo che il sound è molto articolato, basato su loop, campionamenti vari e suoni acustici con sfumature bla bla bla. Adesso qua c’è la parte dove scrivo che sono una band oscura, criptica e di nuovo bla bla bla. Adesso, per farvi capire di cosa stiamo parlando, mettete un film di Lynch, togliete l’audio e noterete come le scene si sposano alla perfezione con questo sound. E’ un disco-non-disco. Mi spiego meglio: non è l’album che andrei a comprare in negozio, non è il CD che ascolterei in macchina. Ma se fossi un pittore surrealista, un regista o un poeta amante dei reading, ecco, questa sarebbe senza dubbio la mia colonna sonora. Mi auguro di trovarli presto nell’ambiente del cinema, è certamente quella una delle loro migliori collocazioni. Lode ai Liir Bu Fer e al loro disco ‘3juno’. [***1/2]
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ULAN BATOR [Tohu-Bohu-Acid Cobra 2010]

Krautrock, noise o post rock che sia, gli Ulan Bator sanno sempre quello che fanno, anche se questo disco suona meno “Ulan Bator” del solito. Sicuramente l’ennesimo cambio di formazione - Amaury Cambuzat, James Johnston (Gallon Drunk, Lydia Lunch Big Sexy Noise, Bad Seeds), Stéphane Pigneul (Object, Heligoland) e Alessio Gioffredi (Dilatazione) - ha aiutato la band a fuggire dalla monotonia nella quale molti cadono dopo tanti anni di carriera. Il CD è suonato intensamente, con episodi aggressivi e docili estremamente riusciti. La magia del francese è resa splendidamente, ed emerge disinvolta in brani come ‘Mister Perfect’, dove il pianoforte fa la parte del leone e contribuisce a creare un’atmosfera notturna assolutamente inquietante. La title-track è un piccolo capolavoro di psichedelia pura, una tela nera con macchie rosse, appesa in un salotto annerito dalle fiamme. Otto minuti di genialità, di voci prese in ostaggio dal delay, da chitarre ossessive e sax che bucano il suono come urla dal buio. Ben arrangiato, cattivo, dolce, a volte anche aspro. Signori, finalmente gli Ulan Bator sono tornati. [****]

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Phantom - Smoke & Mirrors

A bordo della mia auto percorro la statale. Mezzanotte è passata da un pezzo ormai, ho sonno. Circondato dal buio, i fari della macchina illuminano gli alberi delle campagne nella quale è immersa la strada. La radio non funziona, quindi per stasera l’unica musica che potrò ascoltare è quella del motore che ogni tanto tossisce, vittima di una manutenzione non molto attenta. I fulmini fendono il buio nel cielo, fanno luce intorno a me, tanto che posso vedere le colline di fronte e la vegetazione piegata dal vento. Questa strada fa schifo, è la terza buca che prendo. Mentre cerco di rimanere attento alla guida, Morfeo comincia a parlarmi. All’improvviso una volpe attraversa la strada, pochi secondi e scompare dall’altra parte. Ho come la sensazione di sentire una voce o una presenza, ma è autosuggestione, sono solo in macchina, e lo sarò per almeno altri trenta chilometri. Questo è il sapore di ‘Smoke & Mirrors’, l’album di debutto del duo inglese Phantom. [****]

Johnny Cantamessa

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Benzina - Amo l'umanità

I “benzina” sono un pugno in pieno stomaco! Brani che odorano davvero di benzina, che hanno la forza di mille esplosioni. Attivi dal 2002, dopo l'EP “Io passo” tornano con “Amo l'umanità” e il risultato è a dir poco sorprendente, anche se non perfetto.
Le tracce sono undici, tutte estremamente cariche e cattive. Un rock che muovendosi tra riffoni e melodie orecchiabili costruisce brani ricchi di tensione e armonicamente interessanti. Le melodie vocali sono molto belle e la voce di Antonio De Tamburo si muove agevolmente in tutti i territori, accompagnata per mano dalla feroce e inquieta chitarra di Enzo Russo, che non disdegna da par suo l'uso di efficaci espedienti noise. La sezione ritmica composta da Marcella Brigida e Alessio Sica, rispettivamente al basso e alla batteria, costituisce un muro sonoro invalicabile, con soluzioni molto creative, spesso all'unisono con la chitarra. Per gli amanti dei paragoni, dentro questo disco volteggiano idee che sembrano ereditate (e rimaneggiate con cura e intelligenza) dai Muse, Marlene Kuntz, Negramaro e Le Vibrazioni. Occhio però! I benzina non scimmiottano remissivamente altri sound, parlano anzi una loro lingua personale sviluppata attraverso un rock’n’roll di tradizione inglese e liricamente rivolta a problematiche attuali senza ridondanze o luoghi comuni: le ipocrisie del mondo economico, l'egoismo umano, attacchi alla politica, l'opportunismo e tutte le contraddizioni che tanto feriscono la società moderna.
Nonostante il lavoro sia omogeneo e coerente, manca un vero picco emozionale in mezzo alla media dei brani, comunque tendenzialmente alta. Probabilmente uno dei migliori lavori ascoltati quest'anno.

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Beatrice Antolini - BioY

La parola chiave di quest'album è groove. C'è poco da aggiungere, Beatrice Antolini ci sa fare. Un disco con una carica incredibile, adatto alle migliori consolle da dj. La musicista marchigiana ha dedicato furbescamente molta attenzione alla registrazione degli strumenti percussivi (sapevate che ha registrato quasi tutto lei in questo disco?) e alle loro parti. Brani suonati con una perizia ammirevole in cui ritroviamo anche Mattia Boschi dei Marta Sui Tubi e il trombettista di fiducia di Beatrice, Enrico Pasini, che hanno contribuito attivamente in fase compositiva: suoni molto sofisticati e con una qualità decisamente superiore alla media (anche di molti suoi colleghi “indie” italiani). Dieci tracce che mettono a nudo l'Antolini confermando le sue grandi doti di compositrice. Brani destabilizzanti che accarezzano l'inconscio dell'ascoltatore, come Planet per esempio, dove un pianoforte ossessivo e inquieto si muove all'interno di spazi claustrofobici illuminati da piccole finestre. Ma non solo: Beatrice in We're gonna live (auto)celebra il suo lato più funkeggiante e psichedelico insieme ad un ospite importante che aiuta a completare il quadro di follia, ovvero Andy dei Bluvertigo che presta il suo sax psicopatico alle note della Antolini. Lo ritroviamo anche in Easter Sun, brano dal sapore acido e oscuro, aromatizzato da chitarre incazzatissime (uno dei brani migliori dell'album).
Beatrice Antolini riconferma il suo talento musicale ancora una volta e lo certifica formalmente con un piccolo capolavoro copioso di spunti interessanti.

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Enil la fam - MIDST

I milanesi Enil La Fam si presentano ai nastri di partenza con “MIDST” e il risultato non è dei migliori. Ad un packaging molto curato e degno di produzioni importanti non corrisponde, ahimè, la qualità del contenuto. Le canzoni hanno poco da dire, anche se qualche brano riesce a farsi largo in mezzo agli altri (si ascoltino Peculiar o Raw). L'impressione è che tutto si dipani all’insegna dell’insicurezza: l'inizio è molto d'effetto ma poi tutto comincia nebulosamente a cambiare forma per poi dissolversi in un déjà vù continuo. Ok le chitarre incazzate, ok quella voce pulita e precisa, ok la batteria martellante e passino pure i ritornelli cantabili, ma poi? E' un disco che non arricchisce il genere, lasciando anzi il rimpianto verso coloro che in definitiva sono i punti di riferimento del quartetto lombardo (Creed, Bush e tutta la compagine del post-grunge statunitense).
Talvolta non basta suonare con onestà. Per adesso, rimandati a settembre.

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Drama Emperor - s/t

Siete in una stanza, al buio, mani e piedi legati alla sedia e qualcuno vi sta prendendo a pugni. Forte, anzi fortissimo. Sentite il sangue scorrere sulle guance, e poi persino in gola. Non potete gridare o muovervi. Talvolta un flash squarcia il buio illuminando parte del volto del vostro aguzzino. Vi sembra di conoscerlo ma non ricordate dove lo avete già visto. Una voce robotica inespressiva da un megafono dietro di voi vi intima di stare tranquilli; ma voi ovviamente non ci riuscite.
A picchiarvi sono i Drama Emperor e voi soffrite della sindrome di Stoccolma. Grande band, grande esordio. Tra le molteplici influenze che sembrano plasmare il sound di questo trio marchigiano sembra di scorgere i Depeche Mode, ma più drogati, un po' di Joy Division, una spruzzata di Cure e il synth-prog più disturbato degli ultimi anni.
Un EP veramente di buona fattura, ma li aspettiamo al varco con l'album completo.

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Nihil Est - Nuvole notturne

Quando un disco è capace di farti sognare ascoltando le sue note, è l'inizio di un grande amore. Ed è ancora più bello quando a pubblicare un simile lavoro è una band nuova sulla scena ma composta da musicisti talentuosi per nulla neofiti. Il gruppo in questione sono i Nihil Est e l'album è “Nuvole Notturne”, prodotto da Paolo Messere. Dodici i brani di pregevole fattura: sentirete batterie elettroniche, chitarre acustiche, violini, fisarmoniche francesi, saxofoni, suoni ultraterreni e anche cori angelici! Nonostante la band sia composta da così tanti elementi sorprende e disarma l’ammirevole uniformità dei suoni di questo disco, che sembra addirittura frutto di un lavoro solista, tanto è collocata bene la voce sugli arrangiamenti strumentali. La voce di Vito evoca mondi malinconici ben tratteggiati dalle sue liriche, pensate seguendo fili narrativi con il sapore di libri sfogliati dalle pagine ingiallite.
Di loro se ne parlerà ancora. Statene certi.

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Igor - Alterigor

“AlterIgor” è un disco con tanti pregi e qualche difetto. Dispensa un buon pop indipendente tipicamente italiano, che strizza l'occhio ai cantautori. Sulle prime ho pensato ad una specie di Bugo in chiave 2010, ma sono stato smentito fin già dal secondo brano. Il singolo Le dita nel naso, che apre il disco, è sicuramente uno degli episodi meglio riusciti: immediata, dal testo semplice e un ritornello estremamente cantabile. Il vero difetto del disco risiede purtroppo nella voce di Igor che risulta, ahimè, monotona, piacevole sì ma priva di slanci e cambi di registro.
Le liriche invece si articolano ben equilibrate, a metà strada tra spensieratezza e “denuncia” (nel senso lato del termine).
Un'ultima nota di merito va alla copertina del disco curata da Sergio Anelli, una bellissima reinterpretazione dei lavori dell'Arcimboldo.

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Farabrutto - Estremo oriente mediocre occidente

Davvero niente male il disco dei veronesi farabutto! La band composta da Luca Zevio, Niccolò e Sbibu, dotata di un background artistico davvero interessante, dopo averci deliziato con “Alzare la voce” del 2004 e aver vinto nell'ottobre 2005 il Premio Siae/Club Tenco, ritorna sulle scene con “Estremo oriente mediocre occidente”, album intriso di sound folk, ma senza la pretesa di volerlo circostanziare. Sono molteplici infatti le contaminazioni psichedeliche, i momenti deliranti, le urla e gli intrecci vocali che contribuiscono a rendere più aggressivo tutto il disco. I testi sono illuminati, e con la loro suggestiva vena cantautorale ti lasciano un buon sapore sulle labbra.
Nonostante l’ottimo affiatamento di fondo e le buone capacità compositive, dopo ascolti ripetuti sembra emergere la sensazione di un potenziale inespresso, specialmente sul versante melodico: le linee vocali tendono ad appiattirsi sopra il medesimo canone interpretativo quando in realtà basterebbe veramente poco per diversificarle e rendere questo lavoro ancora più piacevole.

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Armstrong? - Collateral

Chiamatelo dream-pop, shoegaze, post-rock o come diavolo vi pare, rimane sempre musica che ti lascia dentro iniezioni di sentimenti intensi. Gli Armstrong? (sì, con il punto interrogativo) sono capaci di comporre brani intrisi al contempo di dolcezza e inquietudine. “Collateral” non si fa mancare nulla, costruendo traccia dopo traccia un meritevole prodotto. Le armonizzazioni di chitarra sono sempre molto fresche e dipingono atmosfere ovattate con frequenti cambi di ritmo che rendono egregiamente all'interno dell'economia del cd. E' possibile ascoltarci dentro tante influenze, dai Mogwai ai Jesus & Mary Chain, ma sempre decodificando il tutto con un linguaggio proprio e con ammirevole genuinità artistica.
Il disco, purtroppo, rappresenta il canto del cigno per il terzetto torinese, praticamente scioltosi pochi mesi fa. Peccato davvero, anche perché, a prescindere dalle motivazioni di tale epilogo, anche in ambito musicale sono sempre i migliori che se ne vanno.

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venerdì 17 dicembre 2010

Verlaine - Rivoluzioni a pochi passi dal centro

Approccio scientifico: su delicatissimi accordi di pianoforte sussurrati nel silenzio di un prato, si apre il disco dei torinesi Verlaine. Il sound è arioso ma compatto, un'ottima premessa per un'opera prima. Il cantato attinge alla tradizione italiana degli urlatori che sembra ritornata di moda negli ultimi anni. Nel caso dei Verlaine siamo anche fortunati: Dani ha un timbro veramente piacevole che riesce a domare con naturalezza testi ottimamente costruiti. Il lavoro di Gigi e Cristiano dei Perturbazione, che hanno prodotto e registrato il disco, ha sicuramente apportato un notevole contributo. Un bell'esordio che attirerà su di sé le attenzioni del pubblico.
Approccio ignorante: questi Verlaine mi piacciono, e mi piacciono anche molto più di quanto avessi immaginato durante il primo ascolto. Chiaro no? Posseggono quel non so che ti costringe ad ascoltare il loro disco più e più volte per metabolizzarlo al meglio e decantarlo come un vino rosso. Saranno gli arrangiamenti, saranno le piccole verità sulla vita che ci vengono dispensate lungo i loro brani (”l'amore dura pochi anni quasi sempre tre”, cosa si potrebbe obiettare? ), sarà che un disco pop con delle armonie così accattivanti non lo ascoltavo da un po', non lo so. Poco importa. Adesso mi sento solo in dovere di consigliarvi questo debutto per tenervi compagnia durante le vostre serate invernali.

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Sans Papier - Manuale d'uso per giovani esperti

Nove brani, nove band diverse. No, non è una compilation ma il disco d'esordio dei messinesi SansPapier, uscito il 5 giugno 2010 su etichetta Imago Sound con la produzione artistica di Ottavio Leo, già in studio con i Simple Minds. Una delle particolarità di questo lavoro è che è stato rilasciato sotto licenza Creative Commons, metodo senz'altro insolito ma sicuramente molto intelligente per una band agli esordi.
Artisticamente i SansPapier presentano, come già detto, dei brani dal sound estremamente eterogeneo: si va dallo stoner di Pelle di pollo, al punk di Pezzi di bambole di tutti i tipi fino ad arrivare a un sound che ricorda molto Franco Battiato come nel brano In Volo. I testi costituiscono invece un elemento di forte continuità tra tutti gli episodi del disco, grazie all'ironia onnipresente, sempre molto ragionati e mai lasciati al caso.
Se l’intreccio sapiente delle due voci di Valeria e Già rende speciale il sound della band messinese l'uso di vocoder e altri espedienti atipici per il rock più tradizionale dona una particolare tridimensionalità a tutto il lavoro riuscendo a rinnovarlo musicalmente anche dopo ripetuti ascolti.
Un grande applauso ai SansPapier che in questo debutto coniugano leggerezza e ironia senza mai affondare nel banale.

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Elton Junk - Loophole

E' difficile scrivere degli Elton Junk. La loro musica sale alta come una spirale di fumo, intrisa di una leggerezza cupa e impalpabile. Un paese delle meraviglie senza nessuno Stregatto che indica la strada da seguire. Possiamo solo limitarci a guardare e cogliere le movenze nell'aria di questo ammasso sinuoso grigio.
Il disco è un lavoro criptico, ma ben fatto. Inquieta, come potrebbe farlo una stradina di campagna sconosciuta percorsa in solitudine in una notte d'inverno. Rumori e suoni che affascinano e spaventano. Ogni canzone è un aspetto di questo mosaico di emozioni.
La prima delle undici tracce è Al fiume, il primo dei tre brani in italiano, contro gli otto in inglese. Atmosfere oscure dipinte all'alba di una giornata onirica. Una voce di follia riecheggia in Lost. Ritmo ossessivo, vagamente country. Una galoppata sulla terra bagnata dalla pioggia. Con All Along The Horizion ci si ferma sulla collina ad osservare ciò che si è appena percorso. Andiamo avanti e il sound comincia a mutare, nuove intenzioni sembrano emergere con il brano Loophole: la canzone ricorda stranamente i Dire Straits di “Making Movies”, ma spogliata del virtuosismo di Mark Knopler. Il cambio di intenzioni è di nuovo confermato dalla strafottente Particular Skills: armonie e melodie semplici e solari, che strizzano l'occhio all'indie-pop che potrebbe essere un ottimo apripista per chi non conosce ancora gli Elton Junk e vorrebbe tentare un approccio con la loro musica. Con The Power of Love la band del Chianti torna ai fasti dei primi brani del disco. Ieri ho mangiato la strada è il secondo brano in italiano che troviamo sulla tracklist: qui siamo sospesi tra new-wave e blues, con un testo visionario e una musicalità inusuale, così come per la successiva Summer. Police Officer è la terzultima canzone di questo album che in un primo momento richiama le sonorità dei Massimo Volume, ma che poi prosegue con il sound personale dei Junk. The Beats Called Rock and Roll è straordinariamente folle: un incalzante vortice di suoni che fanno diventare più denso il fumo grigio che saliva dalle atmosfere iniziali della band toscana. Chiude il lavoro l’ultimo brano in italiano, Del Miele, una composizione dai suoni sospesi dove si ritorna a volteggiare in aria con la mente: il brano ricorda tanto una Parigi ottocentesca immersa nell'oscurità e nel delirio dell' Artemisia absinthium. Nicola Manzan, artista poliedrico che ormai non conta più le sue innumerevoli collaborazioni, impreziosisce ulteriormente quest'ultimo brano, conferendogli quel tocco di oscurità attraverso le melodie del suo violino.
Occhio, non è un disco da ascoltare distrattamente! Non potreste apprezzarne la qualità e le atmosfere dipinte ora con un pennello sottile, ora con un sputo di vernice. Ma sempre su una tela grigia e possibilmente tagliata.

http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=965

Control V - Soltanto Luci

La storia di questa ottima live-band comincia nel 2008 con il nome di Slim. Nel corso degli anni hanno avuto il piacere di aprire ad artisti di fama nazionale ed internazionale, tra cui Marlene Kuntz, Afterhours e Coldplay. “Soltanto Luci” è il loro primo disco, costruito su brani che presi singolarmente si lasciano ascoltare, sì, ma senza mai gridare al miracolo. Uno spirito danzereccio pervade l'atmosfera di tutte le 9 tracce (più una bonus track) con lievi sfumature tra l’indie e la new-wave.
Nell'insieme questo debutto non soddisfa troppo l'ascoltatore vista la monodinamicità degli arrangiamenti (molto simili tra di loro e quasi a rischio noia). Ovviamente ci sono episodi meglio riusciti, come Illudimi, Riflesso e Tre Motivi, ma nel complesso sembra mancare la sostanza. Confidiamo in un lavoro più maturo e più pensato, magari più personale e, perché no, meno devoto alle bands d'oltremanica.

venerdì 10 dicembre 2010

Sophie Lilienne - Singe

C'è musica che va ascoltata cautamente, in penombra nella propria stanza, tendendo l'orecchio alle sfumature. E poi c'è musica che va ascoltata a tutto volume. Forte, anzi fortissimo, da spaccarsi i timpani! Questo è il caso dei Sophie Lillienne e del loro primo EP “Singe”. La band nasce inizialmente come progetto solista di VeZzO che poi si aggrega a Tommaso Mantelli (già Captain Mantell, Il Teatro degli orrori) per il brano “Written Walls”, ascoltabile esclusivamente sullo space dei Sophie Lillienne. L'EP in uscita per il 12 settembre ci offre sei brani e due video del brano Singe, in duplice versione inglese e italiano. L'unico punto debole dell'EP è proprio questo: la versione italiana del branao è molto inferiore, a parere di chi scrive, rispetto alla sua controparte anglofona, complice la lingua meno musicale e il testo poco profondo. Anche la melodia della voce appare forzata in questa seconda versione, sensazione che non emerge affatto nella versione inglese. Il resto dell'Ep (da collocarsi idealmente nei clubs come fruizione) scorre via senza troppi fronzoli, bello e d'effetto, con un ritmo molto coinvolgente.
Restiamo intanto in attesa del già annunciato “Lies, Kisses and Redemption”, lavoro prodotto dallo stesso VeZzO e dall'amico Tommaso Mantelli. L'album vedrà anche la collaborazione di Nicola Manzan (già compagno di avventura di Mantelli nel Teatro degli Orrori).
Grandi aspettative quindi intorno al prossimo lavoro dei Sophie Lillienne che si aprono la strada con l'EP Singe, antipasto sonoro che apre le porte a progetti lungimiranti e di grande qualità.

Da: http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=956

Edwood - Godspeed

Negli ultimi mesi la cosa più difficile che possa fare è ascoltare un disco più di tre volte. Poche idee e ripetute per tutte le composizioni senza tentativi di creare cose nuove. Scimmiottamenti vari di sound celebri che sopperiscono alla mancanza di idee dietro formule collaudate e sicure. Poi succede che, in un giorno qualsiasi, all’improvviso, arriva un disco proveniente dalla aCupintheGarden. Ecco gli Edwood! Il loro disco “Godspeed” ed è un prezioso gioiellino musicale. Copertina futurista che ritrae sedici biglie da gioco. Dieci brani perfetti da ascoltare nei pomeriggi invernali, quando il cielo piange e la vostra finestra si apre su una giornata malinconica. Brani delicati e sognanti, che oscillano tra pop e rock, concedendosi lunghe e salutari passeggiate nello shoegaze. Il tutto suonato e arrangiato a meraviglia, tanto da condurre per mano l'ascoltatore nel bel mezzo di oniriche atmosfere. Qualche idea sembra già sentita, è vero, ma la qualità di questo lavoro rimane mediamente alta, grazie ai pregiati dettagli via via svelati all'attento ascoltatore di turno.
Non mi resta che sperare in una replica all’altezza, magari ancora più personale e possibilmente più “cattiva”.
Per me è il disco del giorno, almeno fino a domani.

Da: http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=955

Co.co.co - Purautopia

Prendo il cd in mano, guardo la copertina e comincio a ridere. Direi che l'inizio è ottimo. La grafica del cd raffigura delle galline all'opera in un call-center: una pungente rappresentazione della condizione lavorativa dei giovani italiani, che non possono vantare il papà in politica. Loro sono i Purautopia, il cd è “Co.co.co. Canzoni a tempo determinato” e mi piace davvero tanto. La band romana confeziona un disco elegantissimo, con suoni ben studiati e arrangiamenti molto curati. La voce di Sandro Curatolo è sempre espressiva ed efficace in ogni circostanza, i testi si adagiano deliziosamente sugli scenari musicali dipinti dal gruppo. Un disco sicuramente riuscito, le cui nove tracce si attestano sicuramente a un livello qualitativo alto. Tra gli episodi più divertenti sicuramente ci sono Buon natale, Se tu fossi, una canzone d'amore molto particolare, e Guccini non ti sopporto più. Talvolta richiamano il sound degli immensi Elio e le storie tese, è vero, ma quando la tua musica palesa delle venature demenziali, è difficile non essere paragonati, anche se superficialmente come in questo caso, alla band milanese.
Ironici, dissacranti e bastardi, questi sono i Purautopia…E poi, hanno stile e sanno scrivere belle canzoni che non annoiano, vi sembra poco?

Da: http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=952