“Non saranno quattro gocce d’acqua a fermarmi!” penso guardando fuori dalla finestra. Oggi, 10 ottobre, il cielo è davvero incazzato. Al La Chiave suona una band americana, gli Half Seas Over, il cui album è stato recensito dal sottoscritto su queste pagine giusto qualche giorno prima. Gran bel disco, come potrei perdere il concerto? Alle 21,00 decido di andare al locale, rigorosamente a piedi. Sono due chilometri e mezzo circa, che sotto la pioggia si moltiplicano per dieci. Arrivo dopo venti minuti e scarpe, calzini, jeans e cappotto sono un’unica entità, uniti insieme dalle “quattro gocce d’acqua” di cui sopra. Mi accomodo e ordino due birre (una per me, l’altra per la mia impavida ragazza che si azzarda a seguirmi ovunque). Dopo pochi minuti faccio conoscenza di Luca, uno dei due responsabili della DoppioZero Booking, che a sua volta mi presenta il 50% degli HSO, il pianista Elan Mehler. Alto poco più di due metri (e non è un’iperbole…), incute un certo timore, stemperato immediatamente dalla sua propensione a sorridere e dalla sua cordialità. Poco dopo conosco finalmente anche Adam Mcbride Smith che ha appena messo al sicuro nella fodera la sua Gretsch. Due ragazzi abbastanza diversi, almeno in apparenza. Mi chiedo come abbiano potuto comporre un disco con dei suoni così omogenei.
Alle undici e mezza salgono sul palco e attaccano con il loro repertorio. Inizio rilassato, suoni morbidi e sussurrati. Gli arrangiamenti questa sera saranno notevolmente diversi rispetto al loro omonimo album per il semplice fatto che si presentano con una formazione in trio, anziché con la band al completo. Infatti sul disco trovano spazio altri strumenti, come archi e fisarmoniche, che sicuramente ampliano la gamma sonora. Questa sera con loro c’è soltanto un batterista di cui ignoro il nome, ma che avrò modo di apprezzare durante lo show; un tocco delicato con venature jazz che si districa audacemente in ritmi più bluesy. Questa sera, spogliati dai tanti orpelli di studio, gli Half Seas Over propongono un sound ancora più intimista di quanto avessi potuto immaginare. Dopo pochi brani mi accorgo che forse li preferisco in questa veste più succinta, ma non meno efficace. Locale gremito di persone che ascoltano in religioso silenzio quello che questi tre musicisti hanno da dire. Un discorso a parte per l’imbecille seduto vicino al mio tavolo che ha passato il tempo a criticare e fare il tuttologo. Ritornando alla musica, gli Half Seas Over mi stupiscono particolarmente in quanto snocciolano una scaletta assai varia, che viaggia dalle ballate da sesso-davanti-al-camino fino a sonorità jazz, tinte da pennellate pesanti di blues. Il concerto si conclude con la bellissima ‘The Hathaways’, sostenuto solo da voce e pianoforte. Il pubblico applaude convinto e anche io sono pienamente soddisfatto dalla performance di questi tre americani che per poco più di un’ora mi hanno portato con la mente in un locale di Brooklyn a bere del buon vino invecchiato. Bravi gli Half Seas Over (che mi hanno regalato il CD!), bravo DoppioZero Booking e bravo Paolo Mei che con la sua rassegna itinerante Rokketta Light sta portando in tour artisti che difficilmente sarebbero arrivati in Sicilia e nel sud Italia. Infine vorrei ringraziare il barman del La Chiave che mi ha servito un fantastico liquore al miele. Grazie di cuore.
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Euterpe Elettrica
sabato 18 dicembre 2010
Live Report - Music For Eleven Instruments @ La Chiave [Catania, 7/Novembre/2010]
Da siciliano, posso solamente dirmi orgoglioso e felice del fermento musicale straordinario che la mia terra sta vivendo. Ogni anno esce fuori qualche progetto che fa innamorare i musicofoli non solo nostrani, ma di tutto lo stivale e devo riconoscere la grande qualità di questi artisti che sanno benissimo cosa vogliono fare da “grandi”. Suonare è ok, ma dove? Sfortunatamente, il talento dei miei conterranei difficilmente trova un palco che possa ospitare la loro bravura, ma poco a poco le cose stanno cambiando. Qualche gestore di locale, evidentemente più furbo di altri, ha capito il potenziale che la buona musica dal vivo offre e per fortuna supporta iniziative valide in una terra che spesso spegne e non premia la buona volontà. E’ il caso del “La Chiave”, locale attivo nel centro storico di Catania che da tempo offre concerti di ottima qualità.
Questo giro è toccato ai Music For Eleven Instruments. Come al solito, essendo domenica, piove. Ma per fortuna il tempo è così clemente da consentirmi di arrivare asciutto fino al luogo del concerto. Sul posto vengo accolto da Luca di DoppioZero, partner del circuito Rocketta per alcune date siciliane. Parliamo un po’ della scena musicale locale, in particolare di quella catanese, riportando alla memoria i mitici anni novanta del noise, dove la città dell’elefante era nominata “la Seattle d’Italia”.
Alle 23.30 circa comincia il concerto dei MFEI. Premessa importante: la band è formata da ben tre membri degli HC-B, band post rock dal sound molto mogwaino, quindi mi aspettavo praticamente un altro concerto, ritenendo che anche questo progetto si muovesse nell’ambito dello sperimentale, anche se in realtà l’anima del gruppo è Salvatore Sultano, estraneo agli HC-B, che in questo disco ha registrato quasi tutto. Inoltre il nome mi ha tratto decisamente in inganno: ero convinto erroneamente di trovarmi di fronte a una formazione di undici elementi! In realtà è andato molto diversamente: i MFEI sono solo in quattro e non fanno post rock, anzi. Il sound è sicuramente moderno, ma con influenze vintage nelle melodie. Atmosfere fiabesche, oniriche e spensierate. I brani sono essenzialmente pop ma talvolta emerge qualche venatura del ricco bagaglio post rock dei musicisti, ad esempio nelle code o in alcuni arpeggi di chitarra. Band molto precisa che non sbaglia un colpo, sempre attenta alle dinamiche e con un buon feeling. Il concerto è durato circa un’ora ed è stato più che sufficiente per apprezzarli.
Mi sarebbe piaciuto assistere a un cambio “di marcia” durante il live, qualche brano più coinvolgente e intenso. Tuttavia questo deficit, se così vogliamo definirlo, non ha compromesso per niente la riuscita del concerto, a giudicare dal numeroso pubblico attento e divertito che non si è perso una nota. Non dobbiamo assolutamente dimenticare che è un progetto ancora giovanissimo e che ha davanti ancora tanta strada da fare, ma che pone già delle premesse importanti che certamente verranno confermate durante il loro percorso. Rimango ansioso di poterli rivedere live, quando avranno raggiunto ancora più affiatamento. Accaparratevi “Business is a sentiment”, il loro disco d’esordio: un’ottima opera prima
http://www.nerdsattack.net/?p=21496
Questo giro è toccato ai Music For Eleven Instruments. Come al solito, essendo domenica, piove. Ma per fortuna il tempo è così clemente da consentirmi di arrivare asciutto fino al luogo del concerto. Sul posto vengo accolto da Luca di DoppioZero, partner del circuito Rocketta per alcune date siciliane. Parliamo un po’ della scena musicale locale, in particolare di quella catanese, riportando alla memoria i mitici anni novanta del noise, dove la città dell’elefante era nominata “la Seattle d’Italia”.
Alle 23.30 circa comincia il concerto dei MFEI. Premessa importante: la band è formata da ben tre membri degli HC-B, band post rock dal sound molto mogwaino, quindi mi aspettavo praticamente un altro concerto, ritenendo che anche questo progetto si muovesse nell’ambito dello sperimentale, anche se in realtà l’anima del gruppo è Salvatore Sultano, estraneo agli HC-B, che in questo disco ha registrato quasi tutto. Inoltre il nome mi ha tratto decisamente in inganno: ero convinto erroneamente di trovarmi di fronte a una formazione di undici elementi! In realtà è andato molto diversamente: i MFEI sono solo in quattro e non fanno post rock, anzi. Il sound è sicuramente moderno, ma con influenze vintage nelle melodie. Atmosfere fiabesche, oniriche e spensierate. I brani sono essenzialmente pop ma talvolta emerge qualche venatura del ricco bagaglio post rock dei musicisti, ad esempio nelle code o in alcuni arpeggi di chitarra. Band molto precisa che non sbaglia un colpo, sempre attenta alle dinamiche e con un buon feeling. Il concerto è durato circa un’ora ed è stato più che sufficiente per apprezzarli.
Mi sarebbe piaciuto assistere a un cambio “di marcia” durante il live, qualche brano più coinvolgente e intenso. Tuttavia questo deficit, se così vogliamo definirlo, non ha compromesso per niente la riuscita del concerto, a giudicare dal numeroso pubblico attento e divertito che non si è perso una nota. Non dobbiamo assolutamente dimenticare che è un progetto ancora giovanissimo e che ha davanti ancora tanta strada da fare, ma che pone già delle premesse importanti che certamente verranno confermate durante il loro percorso. Rimango ansioso di poterli rivedere live, quando avranno raggiunto ancora più affiatamento. Accaparratevi “Business is a sentiment”, il loro disco d’esordio: un’ottima opera prima
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Live Report - A Modern Way To Die + Please Don’t Touch The Drummer @ Clone Zone [Catania, 19/Novembre/2010]
Il concerto è finito mezz’ora fa e io sto già davanti al monitor per scriverne il live report. Sono stanchissimo, ma voglio descrivervi subito cos’ho vissuto questa sera, nonostante il sonno mi stia sbattendo la testa sul muro. Andiamo per ordine. Apertura porte segnalata sulla pagina dell’evento Facebook alle 22.30, ma fino alle 23 non si è potuto entrare. Dopo aver fatto una leggera fila, vengo marchiato dalla security. Sto entrando in una discoteca o ad un concerto rock? Ok, lasciamo perdere. L’ambiente del Clone Zone è decisamente bello, curato nei dettagli e nelle atmosfere. La serata la aprono i Please Don’t Touch The Drummer. Sorpresa sorpresa! Non gli ho mai ascoltati dal vivo e ne sono rimasto piacevolmente impressionato. Avete presente quando negli anni ‘90 si suonava, brutti sporchi e cattivi? Ecco, i PDTTD fanno esattamente questo, ma in chiave più moderna, condendo tutto con qualcosa “in più”. Feroci incursioni nel noise e influenze punk molto esplicite (i tempi di batteria, per esempio!). Insomma, un salto nel passato con risultati molto efficaci. Un muro di suono travolgente e granitico che evidenzia un evidente affiatamento tra i tre musicisti. Devo ammettere di averli apprezzati molto di più dal vivo che su disco (’Feel The Monkey For One Day’), che tuttavia risulta un buon prodotto per gli amanti del genere. Una nota di merito va fatta ai suoni del disco, molto belli e curati. Il power trio ha una presenza scenica devastante e attira prepotentemente su di se le attenzioni dei presenti. L’acustica della sala per fortuna è buona, così da non penalizzare la bella esibizione dei PDTTD. Piccola nota: vedere la band che si sbatte sul palco, fa un po’ a cazzotti con l’immagine discotecara del Clone Zone. La grossa delusione invece è che il live dura solo mezz’ora secondo me troppo poco per poter apprezzare appieno un gruppo e sicuramente loro avranno avuto ancora voglia di suonare.
Dopo è il turno di A Modern Way To Die. Ammetto di essermi perso il loro show, chiedo scusa. Ero uscito appena dieci minuti per respirare un po’ d’aria e quando sono rientrato hanno eseguito gli ultimi due pezzi. Nonostante abbia potuto ascoltare poco del loro repertorio, mi hanno certamente colpito, complice la loro formazione, un duo tastiere-loop-voce e chitarra noise. Il mix di electro-clash e new wave funziona, ma la mancanza di un batterista che respira e di un basso reale che pulsa si sentono, purtroppo. Mi riprometto di ascoltarli ancora una volta dal vivo per approfondire meglio questo discorso. Una bella serata, condita anche dalla conoscenza di facce già incontrate su quella piattaforma malefica che è Facebook e finalmente concretizzate dal vivo. Un grande abbraccio va ad Antonio Farinella, frontman dei PDTTD, che ho conosciuto e di cui ho potuto apprezzare le grandi doti umane, oltre che artistiche, ovviamente.
http://www.nerdsattack.net/?p=21636
Dopo è il turno di A Modern Way To Die. Ammetto di essermi perso il loro show, chiedo scusa. Ero uscito appena dieci minuti per respirare un po’ d’aria e quando sono rientrato hanno eseguito gli ultimi due pezzi. Nonostante abbia potuto ascoltare poco del loro repertorio, mi hanno certamente colpito, complice la loro formazione, un duo tastiere-loop-voce e chitarra noise. Il mix di electro-clash e new wave funziona, ma la mancanza di un batterista che respira e di un basso reale che pulsa si sentono, purtroppo. Mi riprometto di ascoltarli ancora una volta dal vivo per approfondire meglio questo discorso. Una bella serata, condita anche dalla conoscenza di facce già incontrate su quella piattaforma malefica che è Facebook e finalmente concretizzate dal vivo. Un grande abbraccio va ad Antonio Farinella, frontman dei PDTTD, che ho conosciuto e di cui ho potuto apprezzare le grandi doti umane, oltre che artistiche, ovviamente.
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HALF SEAS OVER [Half Seas Over-Brownswood Recordings 2010]
Un bicchiere di scotch whisky, la vostra poltrona più comoda e il camino che riscalda l’ambiente. Non manca niente? La musica, è ovvio. Se la vostra scelta ricadrà sugli Half Seas Over avrete fatto centro. Vengono da Brooklyn, New York, fanno ottima musica e al momento sono in tour per la penisola italica. Dietro questo interessante progetto musicale si celano il pianista e compositore Elan Mehler e il songwriter folk Adam Mcbride Smith. Ma, mentre il primo vive negli USA, Smith abita nella République française. I due hanno evidentemente trovato una certa intesa nel comporre, dopo aver lavorato a ‘The After Suite’ del 2009, lavoro edito a nome di Mehler. Il titolo dell’album, nonché il nome del progetto Half Seas Over, è un richiamo alla composizione di questo disco dato che a separare i due artisti c’era l’Oceano Atlantico. Il connubio artistico quindi porta a un risultato garantito dalle qualità di un navigato songwriter e un talentuoso jazzista capaci di produrre un disco come questo. Le rispettive influenze si mescolano con violenza e, pur mantenendo sempre ben definita la loro identità, si aggregano in questi tredici brani. Gli amanti delle etichette rimarranno delusi: è difficile inquadrare la loro musica, in quanto passa velocemente dallo swing al jazz, non disdegnando chiaramente il folk. E se allo scotch whisky, alla poltrona, al camino e al disco degli Half Seas Over aggiungerete anche la vostra dolce metà, credetemi, sarà una serata indimenticabile. [***1/2]
http://www.nerdsattack.net/?p=20182
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VANDERLEI [L'inesatto-Cinico Disincanto 2010]
‘L’Inesatto’ è un disco che suona esattamente come dovrebbe suonare. Direttamente dagli anni ‘90, tappeti di noise, pareti tapezzate di chitarre dissonanti, tavoli rovesciati e quadri squarciati. Talvolta emerge una chitarra pulita e razionale che introduce a un nuovo stato di terrore. I Vanderlei si presentano così, si muovono in scenari da post omicidio senza colpevole. La band nasce a Bologna e nel giro di pochi anni riesce a farsi un nome, complice sicuramente il buon lavoro fatto con il primo nucleo del gruppo, i Kybbutz attivi già dal 1999. Nel 2005, ormai noti con il nome di Vanderlei, vengono selezionati tra le migliori dieci band dell’Emilia Romagna per rappresentare la regione al MEI di Faenza. Il loro esordio discografico in questo 2010 non poteva essere migliore, con Paolo Benvegnù nelle vesti di produttore artistico. Gli arrangiamenti, come i suoni, godono di un’atmosfera vagamente Marlene Kuntz anni ‘90 mentre la voce, nervosa ma non urlata, declama versi che si incastrano armoniosamente con la musica. E’ un disco fuori moda, con suoni di una decina d’anni fa ma che oggi sembrano dimenticati. Ma ci pensano i Vanderlei a riscoprirli, per fortuna. [***]
http://www.nerdsattack.net/?p=20321
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